L’ex centrocampista di Juventus e Sampdoria si racconta: “Boskov ci chiamava ‘merde’, un giorno si arrabbiò perché Mancini ci fece spostare in un hotel a 5 stelle. E Mantovani…”
Squadre straordinarie, compagni e personaggi d’altri tempi. Ivano Bonetti durante il percorso ha incontrato moltissimi volti, di amici e avversari protagonisti di un viaggio nel pallone durato più di vent’anni. L’ex centrocampista sale su una DeLorean, come quella di Ritorno al futuro, e parte con il racconto. Gli inizi alla Juventus di Platini, la Samp di Mantovani e Boskov, l’amicizia con Vialli.
Bonetti, braccio fuori dal finestrino e musica dei suoi tempi. Il viaggio può partire. Dopo tre anni ottimi con il Brescia, la prima grande occasione in Serie A arriva con la Juve. Ricordi?
“Ne ho così tanti che potrei scrivere un libro. Avevo vent’anni, fu un onore entrare in una squadra di campioni. Dalla società ai campioni in rosa, ogni allenamento era una lezione di stile e classe”.
Il primo a credere in lei fu Boniperti.
“E pensi che la prima volta che l’ho visto feci una gaffe clamorosa. Scambiai il direttore generale Giuliano per lui… non l’avevo mai visto e mi confusi. Così firmai per la Juventus convinto di aver incontrato Boniperti, ma non era Gianpiero. Mi hanno preso in giro per un anno”.
Si dice che le rompesse parecchio le scatole…
“Eccome! Mi diceva ‘devi sposarti!’. E poi ancora, mi chiedeva in continuazione di tagliarmi i capelli. Abbiamo discusso tanto, ma ci siamo voluti bene per davvero. Anche se la scelta di andare via non me l’ha mai perdonata…”.
“Ero giovane e volevo giocare. Ho avuto fretta. È stato un errore che con il senno di poi non rifarei. Ma hanno provato a riprendermi quando ero alla Samp. Il Trap mi avrebbe voluto, ma Boniperti era un po’ scettico”.
Scelse lei di non andare?
“Giocavo nella Samp e a Genova stavo da Dio. Non avevo necessità di spostarmi. Il Trap mi chiedeva di raggiungerlo: ‘devo rifondare, mi servi ’, mi diceva. Un paio d’anni prima aveva provato anche a portarmi all’Inter”.
Boniperti mi diceva di sposarmi e di tagliarmi i capelli. Il Trap stravedeva per me: mi avrebbe voluto all’Inter e riportato in bianconero. Quella volta su assist di Vialli…
In quella Juventus il dieci era Platini. Un flash su Michel?
“Che dire… Michel era fantastico. Passava tanto tempo con noi giovani, ogni tanto dava anche due boccate di sigaretta prima di buttarla furbescamente e non farsi vedere dal Trap. Poi, veniva a dare ai ragazzi gli extra che gli entravano dagli sponsor. Li dava a me, Pioli e Bonini. So che mi apprezzava e che gli piaceva il mio modo di calciare col mancino. ‘Ora che me ne vado io, tocca a te ’, mi diceva scherzando’. E io gli chiedevo di non smettere”.
Si dice che nell’ipotesi del suo possibile ritorno a Torino ci fosse lo zampino di Vialli.
“Certo, Luca stravedeva per me. Avrebbe fatto carte false per tornare a giocare insieme. È mio fratello, vive nel mio cuore. È sempre con me, anche se voi non lo vedete. Negli anni alla Sampdoria eravamo inseparabili”.
Già la Sampdoria. Anche qui personaggi non da poco. Partiamo dal presidente Mantovani. Ricorda il primo incontro?
“Lui e Agnelli sono stati i più grandi signori mai incontrati in vent’anni di carriera. Un altro mondo. Mantovani quando mi ha preso sapeva già tutto di me. Ed era così con tutti. Con lui si andava a trattare senza procuratore e ti offriva sempre più di quanto chiedessi. Scriveva la cifra su un foglietto e te lo passava, finiva lì. Per il resto della chiacchierata si parlava di vita, non di calcio o di soldi. Come puoi non dare tutto in campo se hai un presidente del genere?”.
Sulla panchina di quella Samp c’era Boskov.
“Un altro personaggio incredibile. Ogni settimana ci regalava aneddoti in serie. Ci chiamava ‘merde’ e ci prendeva in giro. Il Mancio lo imitava uguale. Anche con Mantovani aveva un rapporto bello, ma ogni tanto discutevano. Le racconterei un aneddoto su questo, se posso”.
“Era estate e giocavamo a Wembley. Io Mancini e Vialli entriamo in una camera d’albergo che puzzava di vernice e Roberto impazzisce. Scende nella hall e va a parlare con il mister. Boskov ci litiga e gli dice ‘tu merda, vai in camera ci pensiamo domani’. Mancini si allontana e va a chiamare Mantovani, che chiede di passargli Boskov. ‘Avete vinto voi, sta arrivando un taxi… maledetto presidente’. Mantovani ci aveva prenotato un albergo a cinque stelle nel centro di Londra e il mister aveva abbozzato…”.
Boskov era uno spasso, Mancini lo imitava uguale. Mantovani un signore, ti offriva più di quanto volessi”
Citava lei Vialli, compagno di stanza inseparabile…
“Sì, ma definirlo così è riduttivo. Eravamo amici, compagni, fratelli. Pensi che una volta eravamo squalificati entrambi e raggiungemmo la squadra in trasferta affittando un jet privato per noi e per i tifosi. Capisce che uomo era Luca? Ma potrei farle mille esempi, davvero”.
Eppure, si dice che di carattere foste diversi. Lui preciso e maniacale, lei un po’ meno. È vero?
“Sì, ma proprio per questo ci completavamo. Mi prendeva in giro per il mio disordine. Pensi che una volta, prima di una partita di Coppa, bevo un sorso di whisky da una fischietta, lui mi becca e inizia a sgridarmi. Poi, entro in campo e segno un gol bellissimo. Così, prima di rientrare per la ripresa, mi ferma e mi dice ‘Ivo, ma non è che ne hai un po’ anche per me?’. Siamo scoppiati a ridere. Poi l’ha bevuta per davvero e ha fatto gol pure lui”.
Dopo tante squadre in Italia, ha chiuso la carriera tra Inghilterra e Scozia.
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“Da calciatore ho chiuso al Grimsby Town, una storia bellissima. Arrivai per caso, convinto di fare un provino. Mi misero trequartista con la dieci, libero di inventare. Era un villaggio di pescatori, gente stupenda. Pur di tenermi, raccolsero soldi per il paese con un “fondo Bonetti”. Poi sono stato allenatore-giocatore al Dundee, con mio fratello come vice. Dopo tante gare da avversario con Dario per tutta la carriera, è stata la chiusura perfetta del cerchio”.
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