“Arriva un momento in cui ti guardi allo specchio e dici: ‘Vuoi continuare a essere un ragazzino, oppure dimostrare che hai anche una testa pensante?’. Il calcio mi dava angoscia, a Udine ho ritrovato il sorriso”
Mai fidarsi del sentito dire. Delle voci che si rincorrono fino a diventare un sussurro malevolo che si trasforma in aperto atto d’accusa. Un indice puntato contro. A forza di eccellenti prestazioni in campo e comportamenti fuori che qui definiscono esemplari, il Nicolò Zaniolo di Udine sta allontanando da sé quell’indice collettivo che da sempre gli preme sul petto. Ventisei anni, due figli, il trequartista-seconda punta si sta tirando fuori dalle secche degli ultimi tre anni, durante i quali il suo calcio frizzante e leggero, tutto scosse, strappi e intuizioni, si era intristito sotto una cappa di negatività fatta di polemiche e infortuni. I due più gravi – due crociati saltati in un anno, il 2020 – avevano tolto forza al suo gioco. Il resto, brutto, era venuto quasi di conseguenza. Oggi, invece, Zaniolo parla di sé con la tranquilla consapevolezza del ragazzo che lascia da parte inquietudini e sbandamenti per uscire dal bozzolo e diventare finalmente uomo. Come dimostra il piccolo gioco cui si sottopone.
Attribuisci a una parola il significato che ti riguarda: iperattività.
“Mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Sono sempre stato un bambino, e poi un ragazzo, pieno di energia. Ero a duemila all’ora tutto il giorno. Per i miei è stato veramente molto difficile tenermi a bada, tant’è che mi facevano praticare ogni tipo di sport per stancarmi e scaricarmi. Sulla fronte si vedono ancora i 15 punti di sutura che mi misero dopo due brutte cadute. La prima cicatrice risale a quando andai a sbattere col triciclo contro l’angolo di una parete, la seconda è il risultato di una botta contro una panca di marmo”.
“È una parola che ho imparato a conoscere e capire col tempo. Anni fa ero molto emotivo, istintivo, umorale. Quando le cose andavano bene ero al settimo cielo, anche troppo; viceversa, se andavano male mi sentivo tanto giù. Oggi, quando mi gira bene, non penso di essere diventato chissà chi; nei momenti negativi, non mi abbatto più di tanto. L’equilibrio è fondamentale nel calcio come nella vita e io sono sulla buona strada”.
Sei stato aiutato da qualcuno o ce l’hai fatta da solo?
“Non mi sono mai fatto aiutare. Non mi piace andare a raccontare i miei problemi a gente che non conosco e di cui istintivamente non mi fido, con tutto il rispetto per i professionisti. Ho sempre parlato con la mia famiglia, con le persone che mi stanno accanto e mi vogliono bene, ma l’equilibrio l’ho raggiunto passando attraverso gli errori che ho commesso. Arrivi a un certo punto che ti guardi allo specchio e chiedi a te stesso: ‘Cosa vuoi fare nella vita? Continuare a essere il solito ragazzino e un eterno incompiuto? Oppure vuoi cominciare a farti vedere dagli altri non soltanto come un giocatore forte, ma che ha pure una testa pensante?’. Oggi ho due figli piccoli e per loro sono un esempio come mio padre lo è stato per me. Non potevo continuare in una certa maniera e dovevo trovare una soluzione a certi miei comportamenti sbagliati”.
C’è un errore di cui ti penti più di altri?
“Non ci sono errori più grandi ed errori più piccoli. Un errore è un errore. Certo, se tornassi indietro mi lascerei in maniera meno brusca, meno violenta, con Roma, intesa come società, ambiente, tifosi. Roma e la Roma mi hanno accolto quando non ero nessuno e mi hanno cresciuto. La Roma mi ha fatto esordire in Champions, Roma città mi ha dato mia moglie Sara e il primo figlio. Insieme ci siamo divertiti, abbiamo esultato per la vittoria in Conference League, conquistata con un mio gol. Mi dispiace per come è finita. Se tornassi indietro, sarebbe la scelta che non rifarei”.
“È una parola che non mi appartiene. Sono una persona poco rancorosa. Quando litigo con Sara, mi arrabbio per cinque-dieci minuti, poi mi passa. Ecco, quei 5-10 minuti di nervoso devo imparare a gestirli meglio. Devo essere meno fumantino, e invece respirare e pensare un po’ di più”.
“Mi fanno arrabbiare le persone false, ipocrite. Quelle che davanti fanno la faccia bella e alle spalle ti accoltellano, parlano male di te. È qualcosa che non riesco a digerire. Io sono onesto, sincero, schietto. Se devo dire qualcosa contro qualcuno, la dico al diretto interessato, in faccia. Se c’è una cosa di cui vado orgoglioso, è poter guardare tutti dritto negli occhi”.
“È la chiave dei grandi successi. Pazienza è aspettare il proprio turno e saperlo cogliere. La mia carriera è stata un exploit iniziale, come un aereo che decollava e non atterrava mai. Poi ho dovuto fare i conti con due brutti infortuni, dunque con le prime, vere difficoltà e con un’amara realtà: tante persone che fino a quel momento c’erano state, pian piano si defilavano, a riprova che mi erano vicine solo per interesse. Pazienza è stare fuori, alle prese con la riabilitazione, a vedere gli altri giocare”.
“La maturità viene con gli anni, le esperienze – positive e negative – gli errori. Io, alla completa maturità, ancora non sono arrivato. Oggi ho 26 anni e sento dire che Zaniolo è maturato, è migliorato. Io sono consapevole che sto facendo dei miglioramenti, ma non si smette mai di imparare e di maturare. Certi errori non si ripeteranno, ma non mi sento ancora un uomo maturo”.
“Di pregiudizi sulla mia persona ne ho sofferti tanti, anche per colpa mia. In Italia il pregiudizio è all’ordine del giorno: di una persona si guarda più la copertina che l’interno. Ho imparato a convivere con l’etichetta di bad boy, di ragazzo senza una testa, che pensa solo a divertirsi… Sono cose che fanno soffrire perché penso che chiunque, a vent’anni, si sia divertito e abbia fatto le sue cavolate; il fatto è, che essendo io un personaggio pubblico in una piazza come Roma che ingigantisce un po’ tutto, si è creata questa nomea di ‘cattivo ragazzo’. Mi conforta sapere che tutte le persone di calcio con le quali ho parlato, mi hanno detto: ‘Prima di conoscerti magari mi stavi antipatico, ma adesso ho capito che sei totalmente diverso da come ti hanno descritto’”.
Sei stato definito il calciatore più odiato in Italia.
“Odio è una brutta parola. Però, dove c’è odio, c’è anche amore. Se a Roma nei miei confronti c’è un po’ di odio, è perché c’è stato tantissimo amore. In generale, credo di essere indifferente a pochi”.
A Udine sei amato come mai altrove? Ed è vero che dopo Roma non hai reso proprio perché non ti sei sentito amato abbastanza?
“In questi ultimi anni non ho reso abbastanza, è vero, ma per colpa esclusivamente mia. D’altra parte, l’amore te lo devi conquistare con le prestazioni in campo e gli atteggiamenti fuori. Non credo che, al mio primo giorno a Udine, tutti mi amassero. Su di me c’erano un po’ di dubbi e perplessità, erano comunque 2-3 anni che giocavo poco o niente, l’etichetta che mi portavo dietro non era positiva, ma fin dall’inizio ho promesso che avrei sudato la maglia come mai e il resto, amore compreso, è venuto di conseguenza”.
E ti sei dato una spiegazione del perché, dall’Inghilterra alla Turchia, le cose non abbiano funzionato?
“Magari perché venivo da infortuni gravi e non ero mentalmente pronto. A Bergamo mi ero appena operato al piede, quindi sono arrivato in ritardo di preparazione. Con Gasperini c’è stato un rapporto di stima, è uno dei più forti allenatori in circolazione, ma in quel momento mi chiedeva troppo. Mi sono trasferito a Firenze dove ero già stato, dunque pensavo di essere nella mia comfort zone, ma non è andata bene neanche lì. Il perché non lo so”.
A proposito: se nel 2018 fossi rimasto a Milano, all’Inter, e non fossi entrato in quello scambio che portò Nainggolan in nerazzurro, la tua carriera sarebbe stata diversa?
“Avevo diciotto anni e avrei dovuto fare un passaggio intermedio, in una squadra di B o una “piccola” in A, perché non ero ancora pronto per un club importante, Inter o Roma che fosse. Quando si è realizzato quello scambio, ero incredulo”.
A Roma hai avuto Di Francesco, Ranieri e Mourinho: una parola sola per definire ciascuno dei tre.
“Di Francesco: visionario, perché mi ha fatto esordire giovanissimo in Champions contro il Real. Visionario fu anche Roberto Mancini, che mi portò in Nazionale quando ancora non avevo esordito in A. Ranieri: leggenda. Per Roma e per la Roma. Mourinho è il maestro. Con lui mi sento ancora adesso. Sembra sapere ancor prima della partita quello che potrebbe succedere e tante volte le sue previsioni si rivelano esatte. E poi è umile, incredibile se si pensa alla sua fama”.
“È uno stato d’animo, un sentimento a me sconosciuto. Sono sincero. Peggio dei due crociati rotti, nel calcio non può succedermi nulla”.
Neanche in quei momenti hai avuto paura?
“Ho temuto di non tornare quello di prima, ma gli infortuni vanno messi in preventivo. Se in 15-20 anni di carriera non ti capita niente, vuol dire che sei baciato dal Signore. All’inizio, però, è stata dura accettarli. Il primo l’ho preso come una sfida: ritornerò più forte di prima, mi dicevo. Il secondo, invece, me l’ha fatta venire, la paura di non riprendermi completamente. Sono stato bravo a lavorare tantissimo aspettando il momento giusto per rientrare in campo”.
Sei tornato quello di prima?
“Forse sono diverso. Prima ero un giocatore più istintivo, più di forza, di gamba, di scatto, giocavo meno con la squadra. Ora mi ritengo capace di fare la scelta, la giocata più giusta, aggiungendo una rincorsa in più per aiutare il compagno. Sono più razionale. Quale preferisco, tra il giocatore di adesso e quello di prima? Quello di adesso”.
“Nel calcio, il coraggio è l’elemento più importante. È ciò che ti consente di osare quella giocata, quel tiro, che normalmente non proveresti. Se ci sei con la testa, è più facile trovare il coraggio per provare le cose difficili”.
Che padre è stato Igor, a sua volta ex calciatore? E che padre vuoi essere tu per Tommaso e Leonardo?
“Lo dico sempre al mio papà: vorrei essere coi miei figli la metà di quello che tu sei stato con me. Lui per me è un esempio, un idolo, è tutto e mi commuovo anche al solo parlarne (si commuove). Dai miei primi allenamenti, è sempre rimasto al mio fianco”.
Il cazziatone e il complimento che ti rivolge più spesso?
“Quando facevo le cavolate e mi dipingevano in un certo modo, era più deluso di me e lo diceva. L’elogio? Se ho giocato bene, dice: ‘Sei il mio orgoglio’”.
A 26 anni la va, o la spacca?
Inter Campione d’Italia: abbonati alla Digital Edition + Poster Prima Pagina a 4,99€/mese
“Ma no. Sono giovane, sono felice a Udine, sono tornato a divertirmi, ad amare il calcio dopo che negli ultimi anni l’avevo un po’ messo da parte perché mi stava dando solo delusioni e lo vivevo come un’angoscia. Oggi non penso a quello che sarà, ma a quello che è. E mi basta”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


