
Sandro Tovalieri ha incarnato lo spirito del bomber di provincia negli anni Ottanta e Novanta. Ha vinto, ha perso, ha segnato tanto in giro per l’Italia.
Da Roma a Perugia, passando per Avellino, Arezzo, Bari, Cagliari. L’attaccante con la valigia sempre pronta, il “Cobra” per i tifosi che lo hanno acclamato, si racconta a Virgilio Sport.
Tovalieri, la Roma e lo scudetto perso nel 1986
Dal settore giovanile della Roma a bomber di provincia. Un girovago del gol è stato Sandro Tovalieri: lo chiamavano il “Cobra” perché sotto porta difficilmente perdonava. Brevilineo, astuto, spietato, ha vinto un Torneo di Viareggio con la Primavera giallorossa e perso lo scudetto del 1986 quando ormai sembrava cucito sul petto di Bruno Conti e compagni.
“Ancora oggi, a distanza di 40 anni, mi chiedono cosa accadde quel giorno. In verità nulla di particolare, prendemmo sotto gamba l’impegno: il Lecce era già retrocesso in B, pensammo di farne un sol boccone. Passammo in vantaggio, ma quando ci ritrovammo sotto 3-1 non riuscimmo più a recuperarla nonostante l’assedio alla loro porta. Col senno di poi sarebbe stato meglio perdere o pareggiare a Pisa la partita prima. E’ un rammarico enorme, che mi porto dentro: avessi vinto quel campionato, magari anche la mia carriera sarebbe stata ancora più importante. Ma i tifosi giallorossi riconobbero il nostro impegno e ci applaudirono comunque”.
Romano e romanista doc, eppure alla Roma ci rimarrà solo quella stagione (nel 1983, aggregato dalla Primavera, sedette in panchina contro il Genoa, nella partita decisiva per la vittoria dello scudetto): “Speravo di giocare più anni con la Roma, lo ammetto. Ma a quell’epoca trovare spazio in una rosa di campioni non era facile. Ero molto giovane, io, Giannini, Fabrizio Di Mauro, tutti provenienti dalla Primavera, fummo accolti benissimo dai veterani, Bruno Conti, Cerezo e Boniek. Ricordo tutti con affetto. Quell’anno ci consolammo vincendo la Coppa Italia e segnai nella finale di andata contro la Sampdoria a Marassi…”.
Da tifoso giallorosso segue quotidianamente le sorti della Roma di Gasperini: “E’ iniziato un percorso nuovo, con un allenatore molto bravo, che ha bisogno di tempo per imprimere le sue idee di gioco. Dopo un ottimo girone di andata, quello di ritorno è stato molto altalenante. Quando non si vincono gli scontri diretti, non si può chiedere tanto alla classifica. Ma è anche vero che Gasperini deve fare i conti con le assenze di Dybala, Soulé, Ferguson, Dovbyk. Non è facile giocare su due fronti e non patire qualche battuta a vuoto per la stanchezza. Ora con l’uscita dall’Europa League rimane solo il campionato da affrontare e la Roma se la giocherà per il 4° posto con Como e Juventus. Una piazza, come quella giallorossa, non può restare ancora fuori dalla Champions League”.
Un “pischelletto” ad Avellino e tre anni all’Arezzo
Andato via dalla Roma nel 1986, Tovalieri inizia a girare l’Italia e cambia spesso maglia. In Serie A giocherà ancora con l’Avellino, esperienza formativa in una squadra ricca di talento, da Colomba a Dirceu, da Schachner ad Angelo Alessio.
“Ad Avellino arrivai a 20 anni, ero un pischelletto ben voluto dai tifosi, come poi mi è accaduto anche negli anni a venire. Non ho mai subito contestazioni, forse qualche fischio per un gol o un rigore sbagliato, ma quello ci può stare. Con l’Avellino sfiorammo la Coppa Uefa per pochi punti, vincemmo tanto in trasferta e perdemmo qualche partita di troppo in casa, cosa strana per quella squadra che davanti al suo pubblico dava il meglio di sé, conquistando salvezze impensabili. Poi ho giocato tre anni ad Arezzo, un’altra esperienza importante, ma ci ritrovammo addirittura retrocessi in Serie C dopo essere partiti per vincere il campionato di B. Ho segnato tanto in quegli anni: 10 gol nel primo campionato, 15 in Serie C, ma mi sono anche rotto un ginocchio”.
Sette anni tra B e C, il ritorno in A col Bari
Passano gli anni e Tovalieri perde contatto con la massima serie. Dopo 7 lunghe stagioni Serie C1 e Serie B (altri due anni ad Ancona con 22 reti in 71 presenze), il “Cobra” torna in Serie A con la maglia del Bari. Approdato in Puglia nell’estate del 1992, al secondo anno in cadetteria trascina i galletti alla promozione con 17 reti in 31 presenze.
“Bari è stata una seconda casa, dopo Roma è la città in cui ho messo le radici, la mia famiglia si trovava bene. Vincemmo un campionato di B e sfiorammo la qualificazione in Coppa Uefa l’anno dopo. Espugnammo due volte Milano e l’Olimpico contro la Lazio. Ancora oggi, a distanza di 30 anni, vado a trovare gli amici che ho lasciato lì, e mi rendo conto di quanto abbiamo dato, noi calciatori, al Bari. Un impegno e una dedizione riconosciuti dai tifosi baresi, che ancora oggi ci osannano per quelle stagioni. Tutto il contrario di adesso. Il Bari rischia grosso, lo dico ora: ho visto il calendario, ha delle partite difficilissime da affrontare. Mancano sei giornate, la classifica è deprimente, serve una svolta altrimenti lo riportano in Serie C e sarà una disfatta. Piazze come Bari, Avellino, Palermo, Catania per me devono stare sempre e solo in Serie A. Ma la B è tosta, basti vedere che Spezia, Sampdoria e Bari rischiano la retrocessione. Cose da pazzi”.
La salvezza mancata col Cagliari di Mazzone
Altro giro, altra corsa. Tovalieri lascia Bari nel 1995 e si trasferisce prima all’Atalanta e poi alla Reggiana. Durante la finestra di mercato novembrina del 1996, lo chiama Carletto Mazzone per salvare il Cagliari dalla retrocessione in Serie B.
“A Cagliari è stata una stagione fantastica al di là dell’epilogo finale. Quando arrivai eravamo ultimi in classifica ma fummo capaci di recuperare 8 punti al Piacenza e di presentarci allo spareggio per non retrocedere in B. Purtroppo arrivammo spompati al confronto, pagammo a caro prezzo la lunga rimonta. Segnai 12 gol quell’anno. Quando rientrammo a Cagliari dopo la sconfitta nello spareggio a Napoli, fummo accolti da 10mila tifosi cagliaritani in aeroporto. Una scena indimenticabile, non accade praticamente mai dopo una sconfitta così pesante. Ancora oggi, a pensarci, mi commuovo”.
Solidissimo il legame con Mazzone, che andava oltre il semplice rapporto allenatore-giocatore: “Mazzone è stato come un secondo padre, mi ha voluto tanto bene. Fu lui a volermi al Cagliari, capì subito le mie caratteristiche, mi gestiva durante gli allenamenti della settimana e tirò fuori il meglio di me. Avevo superato i 30 anni, non ero più un ragazzino, ma mi fece vivere una seconda giovinezza. Quando è scomparso ho sofferto tanto. Era un uomo straordinario, ha allenato talenti come Baggio, Guardiola, Pirlo e non è un caso che tutti gli hanno voluto bene, anche i tifosi avversari”.
L’ultimo trionfo, la promozione con il Perugia
L’ultima grande gioia Tovalieri la vive a Perugia, nella stagione 1997-1998, dopo 4 mesi alla Sampdoria e prima delle ultime fiammate tra Terni e Reggio Emilia. Con i grifoni conquista un’altra storica, indimenticabile promozione in Serie A.
“Diciamo pure che mi sono sempre andato a cercare sfide difficili. Col Perugia lo spareggio l’ho vinto, ai rigori contro il Torino. Era un testa a testa equilibrato, ma ci arrivammo dopo aver dominato le ultime 12 giornate di campionato, rimontando posizioni in classifica. Fu merito della testardaggine di Gaucci, che si affidò a Ilario Castagner. Mi ritrovai a calciare il rigore decisivo, mi ero pure infortunato. Ero lì, sotto la curva dei nostri tifosi, una situazione che non auguro a nessuno (ride, nda): segnai quel rigore, ma se lo avessi sbagliato sarei dovuto scappare di notte”.

