Il giorno dopo, quando il rumore si abbassa e a restare sono i pensieri, la semifinale persa da Jannik Sinner con Novak Djokovic assume contorni più netti, più nitidi, forse anche più scomodi. Perché a mente fredda, e con le statistiche sul tavolo, ridurre quella sconfitta a una presunta difficoltà fisica dell’azzurro non regge. Non nei numeri, non nelle sensazioni, non nelle parole dello stesso Sinner.
Il primo dato e’ chiaro: Sinner ‘patisce’ quando il match si allunga ed entra nel quinto set, e non vince mai se la durata arriva sulla soglia delle 4 ore. Con la sconfitta di ieri, sono nove quelle in partite oltre le 3 ore e 50 minuti. Il suo bilancio se la partita arriva all’estremo e’ magro: al quinto set sono 6 le vittorie contro 11 sconfitte (35% di successi), che diventano 1 contro 4 (25%) nel suo periodo migliore, dopo la vittoria agli Us Open 2023: nel periodo del suo dominio mondiale Sinner ha vinto un solo match al quinto set, contro Daniil Medvedev a Melbourne 2024. Schiacciante il confronto con i grandi del tennis: l’highlander Djokovic ha uno score di 41-11 (78,85 %), il maratoneta Alcaraz 15-1, con l’impressionante percentuale di 93,75%. Nello specifico della semifinale Sinner-Djokovic, i dati raccontano una partita che, letti nella loro purezza, avrebbe potuto avere un altro esito. Ventisei ace contro i dodici di Djokovic, record personale in carriera per Sinner in un match al meglio dei cinque set. Il 75% di prime palle in campo contro il 70% del serbo, 152 punti vinti contro i 140 dell’avversario. E ancora: 55 punti conquistati in risposta, contro i 36 di Djokovic. I vincenti dicono 69 a 41 per l’italiano, mentre gli errori non forzati sono identici, 43 a testa. Numeri che parlano di una predominanza, o quantomeno di un controllo costante degli scambi da parte del numero due del mondo.
E invece il tennis ha raccontato un’altra storia. Una storia fatta di dettagli, di istanti, di scelte. Sarebbe bastato convertire una sola delle otto palle break avute nel quinto set, diciotto in totale nell’arco del match, per spostare l’asse emotivo e tattico dell’incontro. Non è successo e lì la partita ha preso una direzione diversa. Non è stato un problema fisico, questo è il punto centrale. Sinner ha servito forte, si è mosso bene, ha tenuto intensità e profondità fino all’ultimo scambio; il tema, semmai, è mentale. È la difficoltà, fisiologica e quasi inevitabile, di chiudere partite che arrivano al quinto set – nel caso di ieri contro chi, da vent’anni, vive esattamente di quei momenti – Una questione di testa, non di corpo. Lo ha detto lo stesso Sinner in conferenza stampa, senza cercare alibi: la condizione fisica “era buona”, la stanchezza normale dopo oltre quattro ore di semifinale Slam.
Insistere sul racconto di un Sinner in difficoltà fisica significa travisare i fatti e togliere valore a ciò che è successo davvero. Perché dall’altra parte della rete c’era un Djokovic acclamato dal pubblico di Melbourne, pronto ad andare oltre ogni vecchio dissapore e di appellarsi all’usato sicuro pur di veder spezzata la ripetitiva diarchia Alcaraz-Sinner, contestata anche da Zverev. D’altra parte, Djokovic e’ un campione che ha costruito la propria leggenda ribaltando partite che sembravano perse, scegliendo sempre il momento giusto. Contro “questi ragazzi”, come li ha definiti lui stesso, vincere è difficile, ma non impossibile. Uno lo ha già battuto: l’altro resta lì, ad aspettarlo.
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