Nove stagioni in giallorosso, poi il passaggio alla Lazio: “Fu colpa di Anzalone, ma non potevo lasciare sola Simona Marchini. Dopo quattro gravidanze interrotte eravamo a pezzi”
Buongiorno Cordova, ci tolga dall’imbarazzo, preferisce essere chiamato Franco o Ciccio?
“Ma chiamatemi come vi pare, Franco è il mio nome, Ciccio quello scelto dai tifosi. Non ho mai capito bene perché, penso da Franco, Francesco…”.
Francesco è il nome di suo figlio.
“Vero, un bel 19enne che gioca a calcio. Si è diplomato, iscritto all’università e ora è andato alla Fidelis Andria. È bravo davvero, un numero 10 come me, ma scende in campo con il 4, l’altro numero che utilizzavo io. Ho anche una femmina, Roberta, 14 anni, bravissima nella pallavolo ed è anche molto bella. La mamma? Evidentemente è una ragazza molto più giovane di me… (ride, ndr), però non l’ho sposata: avevo già due matrimoni alle spalle, dieci anni con Simona Marchini, la figlia del presidente, e qualche mese con Marisa Laurito. La terza volta non mi avrebbero nemmeno fatto entrare!”.
Torniamo al calcio. Numero 10 e capitano della Roma, 285 presenze e 19 gol dal 1967 al 1976.
“Ho dato tanto. Al numero di maglia non pensavo, io volevo solo giocare. E non sono nemmeno uno che si andava a leggere le pagelle: una volta vidi un mio compagno regalare un prosciutto a un giornalista per farselo amico, ma non faccio nomi… Il 10 in ogni caso resta un numero affascinante, anche se l’ho visto addosso a gente poco adatta, tipo Capello. Oggi la Roma, dopo Totti, lo sta salvaguardando e fa bene, l’unico che potrebbe vestirlo è Dybala”.
“Non potrebbe essere altrimenti. Vedo tutte le partite e l’esordio contro il Bologna mi è piaciuto, non era facile. Ferguson può fare benissimo, non ha nemmeno 21 anni… Koné invece l’avrei preso a botte: non si può sbagliare un gol così in una gara tanto importante! L’avrei venduto al 90°… L’impronta di Gasperini un po’ già si vede. Certo, non è un simpaticone, bisogna saperlo aspettare. Spero che chiarisca in fretta la situazione capitano: ho avuto la fascia per anni, deve indossarla qualcuno che gioca sempre, non so quanto El Shaarawy possa andare bene”.
A proposito di fasce: in un derby del 2015 la Curva Sud ha realizzato una coreografia con i volti dei capitani storici. Lei non c’era.
“E ci sono rimasto malissimo. È anche una gravissima colpa della Roma, che non mi ha difeso. Capisco che sono andato alla Lazio, ma sono tanti quelli che hanno scelto Milano, Firenze o Torino e vengono accreditati come grandi romanisti. Vedere tutte quelle facce in Curva e non la mia mi fece male. Del resto non sono neanche nella Hall of Fame della Roma, ci stanno cani e porci…”.
“Penso per il passaggio alla Lazio. Ma lì fu il presidente Anzalone a mettermi alle corde: ‘O vai là o smetti di giocare’. Istintivamente accettai. In quel momento non mi era proprio possibile lasciare sole a Roma Simona e sua figlia Roberta, la situazione era troppo delicata. Anzalone sapeva tutto, ma non mi permise di restare. Eppure l’anno prima, stagione 1974-75, ero stato determinante per far risalire la squadra dall’ultimo al terzo posto”.
Ha pagato anche l’essere stato il genero del presidente precedente, Alvaro Marchini?
“Di sicuro sono stati più i problemi dei vantaggi. Marchini veniva chiamato il Papa Rosso, comunista dichiarato, e a Roma c’erano il Papa, quello vero, e Andreotti, non poteva reggere a lungo. Anche la stampa non era generosa, né con lui né con me, solo la Curva Sud mi aveva sempre sostenuto”.
Perché non poteva allontanarsi da Roma?
“Quello con Simona è stato un grande amore, ma quegli anni erano stati devastanti: perse quattro figli al quinto mese. Li volevamo moltissimo, il nostro sistema nervoso non ha retto”.
“Io dopo tutto quel dolore ero fuori di testa, ho fatto tremila cose e mi dispiace perché lei ha sofferto ancora di più. Il rapporto però è ancora vivo e forte, ci sentiamo sempre. Senza quei maledetti problemi di sicuro staremmo ancora insieme”.
A metà degli Anni 70 la famiglia Marchini si trasferì a Londra per il rischio rapimenti. E lei?
“Io sono stato messo sotto scorta. Mica la volevo, ma mi ero accorto di essere seguito. Era un momento storico difficile da tanti punti di vista”.
In quegli anni nella sua Roma debuttava un giovanissimo Claudio Ranieri. Com’era?
“Sempre uguale, adulto anche da giovane. Ha avuto una grande carriera da allenatore, per me è stato il top. Vedremo adesso la convivenza con Gasperini, bisogna stare molto attenti: hanno due caratteri opposti, Claudio per far reggere la cosa dovrà guardarlo in silenzio con grande pazienza. Il no alla Nazionale? Ha fatto bene, ha dimostrato di essere romanista. Poi il ct ha un compito delicato, spero che Gattuso riesca a portarci al Mondiale, altrimenti continueremo a virare sul tennis che per fortuna dà parecchie soddisfazioni”.
Nella sua vita, decisamente intensa, c’è stata anche una squalifica nel 1980 per calcioscommesse.
“Giocavo nell’Avellino, la Finanza rovistò ovunque senza trovare niente: nessun processo penale, in quello sportivo sono stato squalificato per omessa denuncia. Secondo loro dovevo fare la spia?”.
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“Milan o Juve. Il Napoli non lo metto perché ho una famiglia di napoletani e quando vince mi chiamano trenta volte, così come quando la Roma perde. E io, al di là di tutto sono e resterò sempre romanista”.
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