Il Tanque si racconta: “Con Leo ho esordito in Nazionale, Totò fuoriclasse sottovalutato. Le mie passioni il padel e la pesca: una volta ho tirato su un tonno di 90 kg. E sotto la doccia canto i cori dei tifosi della Dea…”
German Denis ha sempre saputo che la strada più breve per andare da A a B è la linea retta che congiunge i due punti, dove A sta per le infinite possibilità di sviluppo del gioco e B rimanda alla stoccata del centravanti, pim-pum, cross, colpo di testa e gol. Non ha mai tentato l’impossibile, ben conscio che tutto il resto era nelle sue possibilità. È stato un vero 9, come non ne fanno più. Di straripante arroganza fisica, esplosivo, indomito. Come molti dotati di certificata personalità, in campo sembrava più alto di quello che era. La sensazione che dava era quella di essere immune allo scoramento. E’ nato in Argentina, ha scelto l’Italia come casa.
Denis, ci racconti le sue origini.
“Sono cresciuto a Lomas de Zamora, un distretto nell’area metropolitana di Buenos Aires. Papà Gustavo lavorava come impiegato e nuotava per passione, mamma Alicia maestra elementare, ho un fratello e una sorella. A quattro anni giocavo a calcetto, a sedici ho esordito da professionista nel Talleres, lo stesso club in cui ha iniziato anche Pupi Zanetti. Mi ispiravo a Batistuta e Crespo: un goleador implacabile El Bati, un’enciclopedia del calcio Hernan. A ventun’anni ero in Italia, in Serie C, a Cesena. Quando sono partito non sapevo nemmeno dove fosse. Sono rimasto una stagione e mezza, ho fatto poco. Ma stavo male, era appena morto mio padre, ero fuori forma, avevo la testa altrove e il cuore pesante. Stavo già insieme con Natalia, mia moglie. Pensavamo solo a tornare in Argentina”.
Lei è un’eccezione. Bocciato dopo la sua prima esperienza italiana, è tornato dopo cinque anni, stavolta in Serie A, a Napoli. Non capita quasi mai.
“In Argentina ho ritrovato fiducia e gol. Mi ha molto aiutato Jorge Burruchaga, l’uomo che con il suo gol ha deciso la finale della coppa del mondo del 1986. Mi ha allenato nell’Arsenal Sarandì e poi mi ha voluto all’Independiente. E’ stato lui a formarmi come calciatore”.
Cosa ha significato Napoli?
“Napoli per me è un boato, quello del San Paolo dopo il gol del 2-2 contro il Milan”.
Come e dove nasce il soprannome Tanque, il Carroarmato?
“Me lo diede il vice di Burruchaga. Ci sono affezionato, rispecchia il mio modo di intendere il calcio. Ma in famiglia mi chiamavano ‘El Mono’, la Scimmietta”.
Come si racconterebbe a un ragazzo che non l’ha vista giocare?
“Ero un centravanti di potenza, il mio pezzo forte era il colpo di testa, anche se il gol più bello l’ho segnato in rovesciata, con la maglia dell’Atalanta contro il Sassuolo. Ho vissuto un calcio dove il 9 era strutturato in certo modo. Drogba, Lewandowski, gente così. Oggi forse c’è il solo Retegui che un po’ ha quelle caratteristiche”.
Indichi due compagni di squadra fuori categoria.
“Messi e Di Natale. C’era Leo quando ho debuttato nell’Argentina, nel 2007 contro il Venezuela a Maracaibo. Nessuno al mondo ha avuto la sua confidenza con il pallone, in allenamento lo guardavo incantato. Totò è stato un fuoriclasse unico, mi sa che in Italia l’avete sottovalutato: aveva velocità di pensiero e tecnica rarissima”.
La sua carriera è stata lunghissima: ventidue anni da professionista, più una coda tra i dilettanti per pura passione. Metà del suo percorso l’ha speso in Italia. Cesena, Napoli, Udinese, Atalanta, Reggina.
“E in Italia sono rimasto a vivere, a Curno, alle porte di Bergamo, la città che considero casa mia. Io e Natalia abbiamo quattro figli, nati in quattro città diverse. Mathias a Cesena, Malena a Buenos Aires, Julian a Napoli e Benjamin a Bergamo. Mathias è stato sfortunato, ha smesso col calcio dopo tre operazioni al crociato: a Bergamo se lo ricordano perché è lui che andavo ad abbracciare dopo i gol. Si metteva dietro la porta, faceva il raccattapalle. (Ride) Mi diceva: ‘Bravo papà, ma tanto lo sai che il mio preferito è Tevez’. Julian e Benjamin giocano nelle giovanili del Ponte San Pietro, vedremo cosa saranno in grado di fare. Malena suona il pianoforte e canta, è bravissima”.
La squadra del suo cuore?
“Sono tifoso del Talleres, ma indubbiamente all’Atalanta ho vissuto gli anni più belli. 56 gol in 153 partite di Serie A, le prime tre stagioni in doppia cifra. A volermi fu Pierpaolo Marino, che considero un maestro. Con Maxi Moralez mi intendevo a occhi chiusi, sapeva sempre dove trovarmi in mezzo all’area. L’allenatore a cui sono più legato dal punto di vista affettivo è stato Stefano Colantuono”.
Come passa le sue giornate?
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“Studio, gioco a padel perché ci giocavano mio papà e mio zio in Argentina negli anni 90, quando in Italia era uno sport pressoché sconosciuto. E vado a pescare, la mia grande passione: lo sa che a Reggio Calabria anni fa ho tirato su un tonno di 90 chili? Che orgoglio. Il 3 luglio ho l’esame di diritto sportivo a Coverciano, il 21 inizio il corso per prendere il patentino Uefa B. Mi piacerebbe lavorare come dirigente di collegamento tra la squadra e il club. All’Atalanta? Magari…Le racconto questa: quando la mattina faccio la doccia mi ritrovo a canticchiare da solo (ride), e sa cosa canto? Ger-man/Ger-man/Denis: è il coro che mi facevano i tifosi dell’Atalanta quando entravo in campo”.
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