Il freddo scozzese che si innamora perdutamente di Napoli, il bimbo d’oro genoano che segna due gol: in un campionato combattuto ma mediocre, ci sono emozioni che purificano e ci salvano
Il finale del campionato fa quasi sempre piangere, come certi film che ti strizzano il cuore. Venerdì, inginocchiato a terra, Scott McTominay ha pianto tutta la pioggia di Scozia, nella città del sole. È entrato bambino a Old Trafford, ha creduto alla bugia, per poi scoprire che il vero Teatro dei Sogni sta a Napoli, ai piedi di un vulcano. In una notte da favola, dopo il gol-scudetto, travolto dall’amore di un popolo, miglior giocatore d’Italia, è scoppiato a piangere e l’emozione gli ha dettato un’esclamazione in napoletano. Braveheart è diventato Masaniello che ha vinto le corone del Nord. Sabato ha pianto Lorenzo Venturino, nato il 22 giugno 2006, il giorno in cui Materazzi e Pippo Inzaghi spazzarono via la Repubblica Ceca. Nato sotto il segno di Berlino, Lorenzo ha segnato il suo primo, bellissimo, gol in Serie A e poi si è messo a correre con occhi da Fabio Grosso: “Non ci credo!”. Ha lacrimato di gioia, convinto che la vita sia quella cosa meravigliosa, sceneggiata da Frank Capra. Guai a chi lo smentisce… Domenica ha pianto di tristezza Eusebio Di Francesco. Retrocesso all’ultima, come a Frosinone. Ad asciugargli la laguna negli occhi sono stati gli applausi dei tifosi che hanno apprezzato il suo calcio. Se il Venezia è andato giù è per colpa di troppe individualità imperfette che hanno guastato tante buone partite. Eusebio, bella persona, non ha mai puntato il dito contro nessuno. Risalirà, come una marea. È stato un campionato combattuto, ma mediocre, si è parlato più di Var che di magie tecniche. Le lacrime purificano. Finché il calcio ci emoziona, siamo salvi.